P greco

P greco-il teorema del delirio: film di matematica

Semplicemente “π” (P greco) in lingua originale, il film di Darren Aronofsky del 1998 rimane uno dei capolavori indiscussi su quel mondo così complesso, e proprio per questo sorprendente, che rappresenta la matematica.

Il protagonista Max Cohen, interpretato dal bravissimo Sean Gullette, è un brillante matematico americano di origine ebraica: pubblica le sue prime scoperte ancora adolescente e a soli vent’anni ottiene già un dottorato. Insomma, un vero e proprio genio.

La sua invidiabile genialità, però, convive con l’aspetto più tenebroso della sua personalità: Max è un ragazzo completamente estraniato dalla società in cui vive; alle relazioni interpersonali preferisce il suo appartamento-bunker ipertecnologico che condivide con il proprio miglior amico, il computer Euclide ed è spesso soggetto a fortissime emicranie che provocano in lui un vero e proprio black out, oltre a una terribile insonnia.

P greco-il teorema del delirio: film di matematica

P greco
P greco

Fin dall’inizio del film capiamo quello che sembra essere l’asse portante della vita di Max, ovvero il concetto secondo cui la natura, così come la realtà umana, possa essere spiegata solo in termini matematici. Niente può prescindere da uno schema che tutto organizza e ordina e tanto è schematica la natura quanto lo è lo stesso Max: nel suo racconto esplicita sempre l’ora esatta dei suoi pensieri, soprattutto quando riafferma i suoi tre principi fondamentali:

11:15, riaffermo le mie assunzioni:
1. La matematica è il linguaggio della natura.
2. Ogni cosa attorno a noi può essere rappresentata e spiegata attraverso i numeri.
3. Tracciando un grafico di questi numeri è possibile fare emergere dei modelli. Perciò ovunque in natura esistono dei modelli”.

La ricerca della regola universale

La sua ossessione rivolta a una realtà armonica e razionale lo conduce alla disperata ricerca di una regola universale che permetta persino di prevedere l’andamento delle quotazioni in Borsa. Grazie a potenti calcolatori elettronici, Max viene a conoscenza di una serie numerica di ben 216 cifre, attorno alla quale gravitano gli interessi sia di un gruppo di speculatori di Wall Street sia di una congregazione ebraica, che perseguitano il giovane matematico mettendolo faccia a faccia con l’avidità dell’uomo moderno.

Presto Max capisce che matematica non significa solo ordine, ma anche caos: due facce della stessa medaglia, che convivono anche nella sua stessa persona. Da una parte la sua predisposizione alla razionalità, dall’altra il suo delirio nel tentativo di affermarla in tutto e per tutto. Da un lato l’ordine, dall’altro il caos. Da una parte il bene, dall’altra il male.

Nel film si ritrovano diverse simbologie di questa eterna contraddizione che permea il mondo e la nostra esistenza. Innanzitutto la scelta del regista di girare in bianco e nero, colori simbolici per eccellenza rispettivamente del bene e del male. In secondo luogo le formiche, metafora della vita, in quanto insetti molto laboriosi e produttivi che sembrano muoversi sempre in modo caotico e casuale. Ma non solo: le formiche sono anche molto socievoli e collaborative, a rappresentare quella vita sociale di cui Max in realtà sente la mancanza, avvertendo il bisogno di non sentirsi più solo. Infine, non si può non soffermarsi sul cosiddetto goban, la scacchiera che la tradizione giapponese interpreta come un micro mondo apparentemente semplice e ordinato, ma in cui presto il caos sopraggiunge: basta solo posizionare pietre bianche e nere seguendo schemi sempre diversi.

La sezione aurea

Attraverso le sue ricerche, Max si rende conto di come non sia la sezione aurea di Pitagora, e quindi la perfezione, a reggere il mondo, bensì la spirale, che tutto muove e tutto collega, persino Dio. Così come il Tutto si riflette nella spirale, anche il film ne imita le sembianze: le inquadrature ipercinetiche, convulsive, oblique, i primissimi piani allucinanti, le musiche elettroniche martellanti e visionarie.

Il film ci catapulta nell’instabilità, nella paranoia e nella paura del protagonista, che precipita sempre più in uno stato confusionario. Il finale è tutto da scoprire, in quanto soggetto a diverse interpretazioni  e questo perché “π” non è solo un film che parla di matematica, ma è la dimostrazione di come quest’ultima rifletta la realtà che ci circonda, una realtà che spesso non riusciamo a rendere schiava del nostro controllo.

La matematica ci insegna che la vita è una scoperta continua, poiché a ogni traguardo raggiunto ne segue sempre un altro. La matematica ci fa capire quanto sia importante avere uno scopo nella vita, uno scopo che non deve mai smettere di esistere, ma rinnovarsi continuamente. Infine ci insegna che, come la natura e la vita, anche noi esseri umani non siamo perfetti e che di conseguenza dobbiamo comprendere e accettare le nostre debolezze e i nostri limiti.