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(Non troppo) corto viaggio sentimentale: le orbite di Galileo

Genere: Racconto di positivismo eliocentrico
Racconto da 10 fermate

Galileo aspettava dietro alla linea gialla, soppesando attento i suoi pensieri.

Due ricordi, lanciati nel medesimo istante dalla cima di qualche neurone distratto, raggiungeranno il cuore contemporaneamente o il più pesante tra essi, fatto di lacrime e di tormenti, subirà un’accelerazione maggiore, per scontrarsi contro un muro di tristezza?

Sarebbe bello fare un esperimento al riguardo, pensava tra sé Galileo.

“Cos’è, si è rimbecillito? Vuole entrare o no? Il treno è arrivato” la voce stizzita di una signora lo fece riavere da quell’empasse. La calca dietro di lui lo spingeva dentro il vagone stipato.
Aspettò il deflusso dei passeggeri in uscita e poi si precipitò all’interno.
Il suo metodo collaudato evidenziava, una volta di più, i frutti dell’esperienza.

Non erano servite molte prove per verificare che, in ogni stazione, il treno si fermava sempre nello stesso punto.
Appena fuori dalla scala mobile, lungo la banchina d’attesa, era sufficiente contare quattro delle scanalature grigio scuro del pavimento e arrestarsi in corrispondenza del manifesto che pubblicizzava un noto dentifricio.

A quel punto era un attimo trovare, dalla pole position, un agognato sedile libero sul vagone e godere del non trascurabile vantaggio di scrutare, da posizione privilegiata, le persone che si accalcavano alla bella e meglio.

Galileo prese il taccuino e cominciò a contare.

C’erano approssimativamente 150 passeggeri, il 60 per cento dei quali stava in piedi.

La statura media dei presenti era verosimilmente prossima ai 175 cm, con qualche rara eccezione che svettava tra la folla intorno al metro e 90.
Complessivamente, Galileo disponeva di una visione a 180 gradi che gli consentiva di inquadrare circa 50 persone.

Sorrise tra sé nel constatare che era stato fortunato, quella mattina, con la divisione di genere: la popolazione che aveva di fronte era composta, per almeno il 70%, da donne.
Uno sbuffo di rammarico, però, gli si dipinse in viso nel constatare che una decina di tali ragazze faceva senz’altro riferimento ad un campione di provenienza scolastica, per lo più liceale.
Un rapido esame dell’abbigliamento, con divisa/pull-over blu/gonna lunga a svolazzi, e della dotazione, per nove di esse, del dizionario IL Castiglione-Mariotti rivelava trattarsi, con probabilità prossima ad uno, di un gruppo di studentesse di liceo classico (lo psico-pedagogico e lo scientifico furono accantonati allo scorgere fotocopie degli Annales di Tacito) e, altrettanto verosimilmente, che si aveva a che fare con un istituto privato di matrice quasi sicuramente cattolica.
Galileo gettò uno sguardo contrito sulla decima ragazza di quel nugolo, che se ne stava in ansia a rosicchiarsi le unghie: aveva forse dimenticato il dizionario a casa?
Galileo notò che la giovane indossava delle Converse alte con i fiorellini disegnati, un segnale di aperta ribellione che lo fece riavere delle sue prime conclusioni e propendere, piuttosto, per l’ipotesi seguente: la ragazza, che poteva chiamarsi Asia o Nilde o Anita al più, sosteneva con forza il proprio istinto di emancipazione da un perbenismo impostato che lei non riusciva proprio a condividere. Faceva la rappresentante di classe, senza dubbio, e, unica tra le sue compagne, si avvicinava all’ingiusta verifica con l’idea di mettere in atto una protesta vibrante e palese. Incrociando le mani sul tavolo, avrebbe detto no all’esclusione di Svetonio tra i traducibili della seconda liceo, col chiaro intento di distorcere lo studio dalla descrizione barocca e impietosa degli imperatori romani, che avrebbe potuto seminare il seme della contestazione in una classe inerme di adolescenti.
Galileo le lanciò un’occhiata di approvazione.
Lei se ne accorse e parve ricambiare:
“Cazzo guardi?” le si leggeva sul viso, il che consentì quanto meno a Galileo di recuperarsi, assiso al centro del vagone, con gli occhi, puntati addosso, di una signora sui 75 anni di età, che sembrava biasimarne le intenzioni, in qualche modo.
“Potrebbe essere sua figlia” disse infatti, con tono di disprezzo.
A Crocetta le ragazze scesero dal treno, senza che si sostituisse ad esse alcuna nuova osservazione.

Lui non rispose alla provocazione dell’anziana e, anzi, proseguì nella sua analisi, meditando tra sé:
“Meno 10 sotto i 20 anni; ci sono almeno 5 donne, compresa la signora qui accanto, che superano abbondantemente l’età della pensione”.
Tra i soggetti rimasti, verificò rapidamente, per quel che riusciva, chi portasse al dito la fede nuziale: non era per le relazioni fedifraghe e, se proprio doveva trovare un’anima gemella, desiderava che la prescelta corrispondesse il più possibile ad un ideale d’amore eterno e imperituro.
Certo, statisticamente il fatto presentava una sua ambiguità: una donna già divorziata ha una probabilità di una seconda separazione inferiore a quella di una persona nubile.
Eppure, potrebbe anche capitare di incrociare chi, nella coda della distribuzione, appartiene al sotto-campione di “pluri-divorziate”, con conseguente esplosione del rischio.
Galileo scambiò quello che gli sembrava essere uno sguardo di fuoco con una donna in tailleur sui 40 anni: parlava al telefono con tono di comando e pareva compiacersi di quel ruolo autorevole e sicuro.
Un anello con dozzine di diamanti lo distolse dalla tentazione: erano occhi che decisamente non poteva permettersi.
La panoramica sugli anulari si concluse con un’ulteriore scrematura: a bordo del treno, in prossimità di Corvetto, viaggiavano 6 donne nubili.
Il tempo stringeva e Galileo cercò di concentrarsi: una donna aveva i capelli rossi e a lui le rosse non erano mai piaciute; un’altra era vestita completamente di nero e a lui il nero non andava a genio (questioni di principio). Due avevano l’espressione beata e assente di chi ha trascorso una notte di fuoco con il proprio fidanzato.
Rimaneva una coppia di ragazze, parimenti graziose.
A questo punto Galileo si lasciò andare alla semplice euristica del desiderio.
Una delle due compilava uno stampato con un foglio elettronico, su cui apparivano i numeri di un bilancio. La scrittura affrettata e timida rivelava con speranza crescente l’ipotesi di una ragioniera neo-assunta, e lui, non per motivi discriminatori, anelava piuttosto ad una mente eccelsa con cui dialogare sopra i massimi sistemi.
L’ultimo petalo era una donna sui 35 anni, biondo non proprio naturale, che aspettava paziente il capolinea.
Galileo fece per azzardare un approccio, ma ecco, da dietro la figura di un pakistano incazzato, emergere, leggiadra come una monade solitaria, la figura di LEI.
Alta quel tanto che basta per indovinare le nuvole, con gli occhiali ad ellisse che disegnavano un infinito. Calze a righe orizzontali degne del miglior gotico fiorentino e sorriso distante in cerca sempre di un altrove. Teneva in mano le Cosmicomiche di Calvino.
Pareva che il cuore di Galileo oscillasse regolarmente, rivelando paziente che era l’amore a ruotare attorno a lui con rinnovato vigore.
Il metro si fermò ma, come per inerzia, quel sentimento correva ancora, dentro ad un sistema che pareva quanto meno non euclideo.

Galileo sfoderò il suo sorriso più scientifico e dimostrò alla ragazza tutto il suo interesse:

“Signorina, mi scusi: La pregherei di sposarmi. Poi le spiego”.

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Eliana lo guardò con spavento e gli mollò un ceffone. Nel comprendere la gravità della situazione, Galileo osservò il treno ripartire.
E si rialzò.

 


Grazie Luciano Canova*!
*“Provo a insegnare economia qua e là, in particolare alla Scuola Enrico Mattei, convinto che non si tratti di una scienza triste. Credo fermamente nella cultura dei numeri e, infatti, li do piuttosto spesso”.