Matematica imparare senza ansia

Imparare la matematica senza ansia

Ore 10:15. Aula 5D. Compito in classe di matematica. Due ore. Ansia.
Sempre la stessa scena. Giorni e giorni prima della verifica passati a fare esercizi con il più secchione – classico stereotipo del matematico con occhiali e maglione a rombi – che cerca in tutti i modi di convincere i suoi compagni che saper disegnare una funzione non li aiuterà con la lista della spesa, ma quanto meno permetterà loro di imparare a ragionare.

Follia nell’ora precedente il compito. Ragazzi che costruiscono bigliettini con una grafia talmente piccola che sembrano tutti voler diventare medici o farmacisti, data la precisione delle informazioni riportate.
E poi il panico. Il vuoto, il nulla. Vista annebbiata.  Il mal di stomaco. I crampi. Il dolore.

Secondo uno studio condotto dall’università di Chicago sotto la guida di Sian Beilock, psicologa, l’ansia per la matematica genera le stesse sensazioni del dolore fisico. Il solo sapere che si deve affrontare una prova di matematica crea dolore ancora prima di aver cominciato. Perché?
Esiste già o troveranno presto un antidoto a tutto questo?

Se solo si riuscisse ad andare oltre la classica visione della matematica come insieme di formule apparentemente inutili nella vita vera, tutto sarebbe più facile.
La matematica non è solo astrazione ma anche rappresentazione della realtà.
Pensiamo alla geometria o alle equazioni dell’algebra che non sono altro che rette e curve in un piano cartesiano. O a tutte le scienze: la fisica, la biologia, la chimica si basano su modelli matematici che cercano di tracciare i contorni dei vari fenomeni della natura.

Dovremmo provare a lasciarci affascinare dalla matematica nello stesso modo in cui ci lasciamo affascinare dalla letteratura, l’arte, la musica. In questo modo, non ci sarebbe alcun motivo per vivere con ansia l’approccio allo studio della matematica. Lasciamoci stupire e divertiamoci!

Comments (3)

  • Rima

    Ho trovato molto interessanti gli approfondimenti proposti, mi ha incuriosito la ricerca di Chicago.
    Secondo me non è appropriato porre un confronto -quasi una competizione- tra Letteratura e Matematica, e non mi pare sia questo lo scopo dell’articolo.
    Come viene suggerito da Emanuela, sono semplicemente due campi che interagiscono in modo totalmente dialettico: insieme collaborano a raccontare e a ricreare la realtà.
    Personalmente, ritengo che alla base di un buon componimento letterario, artistico, architettonico, musicale, teatrale… ci debba essere una struttura di regole chiare entro le quali “liberare la fantasia”: senza ordine è difficile apprezzare e comprendere un’opera. E cos’è la matematica se non lo strumento che ci permette di strutturare e ordinare?
    In questo, secondo me, sono strettamente connesse tra loro: nel creare c’è sempre un procedimento matematico, un insieme di regole.
    Dopo di che, si può discutere delle suggestioni e preferenze personali, del “cosa mi piace di più”, ma –come per ogni procedimento critico- si entra in una sfera totalmente soggettiva.
    Forse il fascino sta proprio nel riconoscere questo legame, questa completezza che si raggiunge solo nel dialogo tra le parti.
    Piuttosto, siamo proprio sicuri che una verifica di matematica crea più ansia di una versione di greco?
    Con i migliori saluti!

    14 Gennaio 2014 a 12:38
  • Abc

    Gentile Emanuela, vorrei proporle un interrogativo. Non trova un controsenso il fatto che per convincere le persone che la matematica sia affascinante lei non utilizzi la matematica, ma la letteratura? E’ questo secondo me il motivo principe per cui la matematica sarà sempre un passo indietro rispetto alle materie umanistiche: perché le materie umanistiche parlano direttamente all’uomo e soprattutto parlano dell’uomo. I numeri parlano della natura e di cose meravigliose, ma comunque non parlano di noi né parlano con noi. Per di più in questo articolo lei utilizza tantissimi riferimenti alla psiche e agli stati d’animo dell’essere umano, dando ragione, senza accorgersene, a chi è più interessato a questi aspetti dell’esistenza che ai numeri. Come si dice, freddi numeri, mentre gli esseri umani hanno bisogno di calore e di umanità. Ben vengano le materie scientifiche, sia chiaro, ma io avrei davvero paura di un mondo dove a dominare sia la mentalità scientifica. Ovunque abbia dominato questa visione, per gli esseri umani sono sempre stati tempi davvero bui. La prego, dunque, ci pensi, rifletta sulle conseguenze. Davvero è la strada giusta da seguire, o forse è meglio che rimangano in pochi a dedicarsi a queste materie e la maggioranza sia invece “umanistica”? Con cordialità.

    13 Gennaio 2014 a 11:10
    • Emanuela Vitale

      Caro Abc,
      condivido solo in parte quanto scrive: è necessario trovare un buon equilibrio tra la visione strettamente scientifica e quella umanistica della vita, senza lasciare che l’una sovrasti l’altra.
      Nell’articolo mi concentro in particolare sull’eccessiva ansia che le materie scientifiche generano, spesso, a torto. Quello che mi piacerebbe vedere è un approccio nuovo alle materie scientifiche e non tanto un maggior numero di scienziati. Un approccio in cui i numeri non siano più “freddi”, disumani e impossibili, non solo per gli scienziati ma anche per chi i numeri li usa tutti i giorni. Proprio questa è la nostra sfida!
      Ritengo un peccato ridurre la scienza a meri numeri. Anche la matematica, e ancor più la fisica, parla all’uomo spiegando e mostrando la realtà che ci circonda: nulla di più umano e tangibile.
      Il confronto con l’arte, la letteratura, quindi, si muove proprio in questo senso, partendo dalla necessità di raccontare la realtà in modi diversi ma allo stesso modo affascinanti.
      Grazie mille per il contributo!

      14 Gennaio 2014 a 15:46

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